OLTRE LA MENTE, IL CERVELLO.
Psicoterapia brain-based.
Il disagio psicologico non è sempre una questione di pensieri sbagliati da correggere e non è nemmeno una questione di capire perché gli altri hanno fatto quello che hanno fatto: è qualcosa che il sistema nervoso ha imparato a fare e che continua a mettere in atto, anche quando non serve più.
La terapia non è un'eterna analisi degli altri bensì rimetterti al centro. Lavoro con un approccio brain-based che utilizza tecniche validate dalla ricerca scientifica per intervenire direttamente sui meccanismi neurofisiologici alla base del disagio psicologico.
Mi rivolgo a chi si sente confuso o si preoccupa, a chi attraversa una fase difficile, a chi si sente ostaggio di schemi relazionali oppure a chi ha la sensazione che il passato continui a interferire con il proprio quotidiano.

MENO PAROLE, PIU NEUROSCIENZE.
Il cambiamento non avviene solo attraverso la consapevolezza.
Chi arriva in terapia ha spesso fatto un lavoro enorme: ha letto, ha riflettuto, ha raccontato. Sa riconoscere i propri schemi, conosce le origini del problema eppure continua a bloccarsi nello stesso punto.
Non è un fallimento: è che certe esperienze difficili non vengono archiviate dal cervello come ricordi "normali". Restano nel corpo, automatiche, viscerali. E quella parte non si raggiunge né parlandone, né passando anni a capire perché qualcuno ti ha ferito. Il lavoro vero inizia quando smettiamo di studiare gli altri e iniziamo ad aggiornare quello che il tuo sistema nervoso ha deciso su di te.
Con l'approccio brain-based il cambiamento avviene attraverso quello che il cervello sperimenta direttamente, non nei dettagli del passato, ma nel punto in cui il disagio è effettivamente registrato.

BRAINSPOTTING
EMDR


Approccio radicato
nelle neuroscienze

Approccio pragmatico
orientato a quello che funziona

Approccio mirato
a dove vive davvero il problema

Sono Anne,
una psicoterapeuta concreta, per formazione e per indole.
Per anni ho accompagnato i miei clienti con l'approccio cognitivo-comportamentale: solido, strutturato, efficace in molti casi. A un certo punto, però, mi sono trovata davanti a un limite che non riuscivo a ignorare. Persone che capivano tutto, le origini del problema, i propri schemi, i meccanismi che si ripetevano eppure si ritrovavano ogni volta nello stesso punto: la consapevolezza c'era, il cambiamento no.
Non era resistenza, non era mancanza di motivazione. Stavamo lavorando con la parte "sbagliata del cervello": quella del linguaggio e del ragionamento. Intanto il disagio continuava ad abitare altrove: nel corpo, nelle risposte automatiche, in quello che si attiva prima ancora che esista una parola per descriverlo.
La psicoterapia tradizionale può a volte diventare un posto in cui si parla all'infinito senza che nulla cambi davvero. Si ricostruisce il passato, si analizzano gli altri all'infinito, si cerca una spiegazione definitiva. Ed è un lavoro che può andare avanti per anni, lasciando le persone più consapevoli ma non necessariamente più libere.
Da lì ho iniziato a formarmi in approcci che lavorano diversamente: EMDR, Flash Technique, Brainspotting. Non come tecniche aggiuntive, ma come un cambio di prospettiva radicale. Le persone non devono spiegare né ricostruire tutto per iniziare a stare meglio. I tempi si accorciano, il cambiamento è più stabile: la terapia tocca il punto in cui il disagio è stato effettivamente registrato, non quello in cui è più facile parlarne. Meno archeologia, più neuroscienze.
Di cosa mi occupo
La perdita di senso non è solo esaurimento, è quella sensazione di guardare la propria vita senza riuscire a sentirla davvero. Il corpo è spento, pesante, o semplicemente assente. Manca l’energia, la motivazione, il filo. Spesso chi arriva a questo punto ha già provato a “reagire” in tutti i modi possibili. Insieme lavoriamo sul meccanismo che alimenta il ciclo invece di limitarci a capirlo.
La preoccupazione può prendere il sopravvento: pensieri che girano senza sosta, allerta costante, corpo sempre teso, pronto a reagire a qualcosa che non arriva. Spesso chi vive questa situazione si rende conto che le proprie preoccupazioni sono eccessive, ma questa consapevolezza non basta a fermarle. Lavoriamo su ciò che le alimenta a un livello più profondo, intervenendo sui meccanismi automatici del sistema nervoso, non solo sulla mente.
Certe esperienze difficili lasciano tracce più profonde di quanto immaginiamo. Non sempre si tratta di eventi catastrofici: a volte sono ferite che “non dovrebbero” pesare così tanto, eppure si manifestano nel corpo: tensione, reazioni automatiche, sensazioni improvvise. Non serve rivivere tutto nei dettagli: possiamo agire sui meccanismi che le mantengono, aiutando il corpo a liberarsi prima ancora che la mente debba capire.
Il disagio non sempre nasce da un evento preciso: a volte è un accumulo di cambiamenti, una sensazione che pervade la vita. Mezza età, figli che crescono, genitori che invecchiano. Per le donne, si aggiunge la transizione ormonale: il corpo che cambia, l’umore che diventa imprevedibile. In quei momenti, le risposte di ieri non bastano più. Lavoriamo per trovare una nuova direzione, non per tornare a com’era prima.
Certi pattern tornano nonostante la consapevolezza: il perfezionismo che blocca, l'autosabotaggio che interviene proprio quando qualcosa sta andando bene, la procrastinazione che resiste a qualsiasi strategia. Non è mancanza di volontà, è che il cambiamento non passa solo dalla comprensione razionale. Lavoriamo su quello che mantiene lo schema in piedi, a un livello più profondo.
Le difficoltà relazionali raramente nascono dalla mancanza di intenzioni positive. Spesso sono dinamiche che si ripetono (con il partner, con i figli, con i genitori, con i colleghi) e in cui ci si ritrova ogni volta nello stesso ruolo: con la sensazione di non riuscire a farsi ascoltare, di dare troppo oppure di non sapere dove finisce la propria responsabilità e dove inizia quella dell’altro. Il lavoro, quindi, va in profondità, non sulla superficie del conflitto.
Le loro parole

Anne Galles
Psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia.
Ricevo a Milano in corso Magenta, 56.