
Anne Galles - psicologa e psicoterapeuta
La terapia non serve a capire perché. Serve a cambiare quello che si ripete.
Sono nata in Francia e vivo a Milano da abbastanza anni da pensare in italiano e conoscere ogni sampietrino del centro storico. Nella vita privata: dipendenza cronica dai podcast true crime, pane fatto in casa che secondo me è il migliore della zona e un progetto a maglia che procede (molto) lentamente ma con grande determinazione.
Nel lavoro terapeutico: dritta al punto, a volte scomoda, niente fronzoli. Non sono qui per diventare una presenza indispensabile nella tua vita. Il tuo sistema nervoso ha già le risorse per regolarsi, il percorso crea le condizioni perché tu possa ritrovarle, senza aver bisogno di qualcuno che lo faccia al posto tuo.
Ho iniziato la mia formazione con l'approccio cognitivo-comportamentale e ho lavorato per anni in un contesto ospedaliero. Solida, quella base. A un certo punto, però, non bastava più: le persone capivano tutto, ma non cambiavano. La consapevolezza c'era, il cambiamento no.
Da lì ho iniziato a cercare strumenti che lavorassero dove il disagio vive davvero: non nella mente, ma nelle risposte automatiche, nel corpo, in quello che si attiva prima ancora che esista una parola per descriverlo.
Anni di formazione, aggiornamenti, pratica clinica. Oggi lavoro con EMDR, Flash Technique e Brainspotting, approcci che lavorano a quel livello, lì dove il ragionamento non basta. Perché credo che la terapia debba muovere qualcosa, non solo farlo capire. Il cambiamento non ha bisogno di una spiegazione: ha bisogno di uno spazio.
Un percorso dal perimetro solido ma flessibile

1. Comprensione
Le prime sessioni servono a costruire una mappa. Non un'archeologia del passato ma una fotografia di come funziona il tuo sistema adesso: le reazioni abituali, i pattern ricorrenti, dove ti blocchi. È il momento in cui si definisce insieme la direzione: cosa vuoi cambiare, da dove si parte, come procedere. Non serve raccontare tutto: serve capire dove intervenire.

2. Intervento
È il cuore del percorso. Ogni tecnica viene spiegata: come funziona, cosa aspettarsi. Non si entra in niente senza essere pronti. L'obiettivo è che la persona si senta protagonista del proprio cambiamento, non figurante di un protocollo. Oltre ad alleviare le manifestazioni del disagio nel breve termine, si interviene sui meccanismi che lo mantengono vivo nel tempo.

3. Follow-up
Dopo l'intervento, il percorso non si chiude di colpo. C'è un'ultima fase in cui si consolida quello che è cambiato e si verifica come regge nella vita quotidiana. L'obiettivo del percorso è ritrovare l'autonomia, la capacità di stare dentro la propria vita senza che il passato continui a interferire e soprattutto senza aver bisogno della presenza dello psicoterapeuta per farlo.
Meno racconto, più elaborazione: l'approccio brain-based
EMDR
Eye Movement Desensitization and Reprocessing è una delle tecniche più studiate in ambito traumatologico, con decenni di ricerca alle spalle. Nata per il trattamento del trauma, viene oggi applicata a un'ampia gamma di difficoltà psicologiche Attraverso la stimolazione bilaterale (movimenti oculari, suoni alternati, tapping) il sistema nervoso elabora quello che era rimasto bloccato. Il meccanismo esatto non è ancora del tutto chiarito, ma l'effetto è documentato: il ricordo non sparisce ma perde la carica emotiva e fisica che lo rendeva disturbante smettendo di avere presa sul presente.
Flash Technique
Più recente e derivata dall'EMDR, permette di lavorare su esperienze molto disturbanti senza doverle rivivere. Il principio è controintuitivo: la persona non si focalizza sul contenuto doloroso ma la sua attenzione rimane su qualcosa di piacevole mentre l'elaborazione avviene in background, fuori dalla coscienza diretta. Il materiale difficile viene trattato senza contatto diretto. È particolarmente utile quando un'esperienza è troppo intensa un contatto diretto o quando il sistema nervoso non è ancora pronto. I cambiamenti sono spesso rapidi e sorprendono la persona stessa.
Brainspotting
Brainspotting si basa su un'osservazione clinica precisa: dove guardi influenza quello che senti. Certi punti nel campo visivo sono collegati a zone specifiche di attivazione nel sistema nervoso e sostare su di essi diventa un modo per accedervi. In seduta si cerca la posizione oculare che risuona con quello che si sta portando. Non serve capire, né spiegare: si tratta di individuarlo e lasciare che il sistema nervoso faccia il resto. Quello che emerge può essere un ricordo, un'emozione, una sensazione nel corpo, una convinzione. Brainspotting lavora a livello sottocorticale senza che tu debba trovare le parole giuste, senza dover ricostruire tutto dall'inizio. Il corpo sa già dove cercare.
No. Le tecniche brain-based nascono dalla ricerca sul trauma, ma si applicano a una gamma molto più ampia di difficoltà: ansia, blocchi ricorrenti, reazioni sproporzionate, sensazione di essere fermi su qualcosa che non riesci a cambiare solo ragionandoci sopra. Se c'è qualcosa che non si muove nonostante tu abbia già capito tutto, probabilmente non si tratta di un problema di consapevolezza.
Dipende da che cosa porti e da come risponde il tuo sistema nervoso: non esiste una risposta che valga per tutti. Tuttavia, l'approccio brain-based tende a essere più focalizzato rispetto alla terapia tradizionale: si lavora su obiettivi specifici, non si gira intorno all'infinito. Le prime sessioni servono proprio a capire da dove si parte e a dare un'idea realistica di quanto potrebbe volerci.
Lo scetticismo non è un problema anzi, di solito è un buon segno! Significa che non cerchi qualcosa di magico ma qualcosa che abbia senso. Queste tecniche non richiedono che tu ci creda per funzionare: richiedono che tu sia disposto a provare. La sessione esplorativa esiste proprio per questo: per valutare insieme se ha senso procedere.

Anne Galles
Psicologa-psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia.
Ricevo a Milano in corso Magenta, 56.